Resilienza: trasformare gli ostacoli della vita in opportunità

Il grande scrittore e premio nobel Ernest Hemingway,

aveva imparato che il piacere della vita è inseparabile dal dolore.

In Addio alle armi, scriveva:

“Il mondo ci spezza tutti quanti,

ma solo alcuni diventano più forti là dove sono stati spezzati”.


 

La realtà quotidiana ci costringe a confrontarci con ostacoli di vario genere e saper affrontare gli inevitabili urti della vita, come perdite, lutti, abbandoni, insuccessi o delusioni, significa essere resilienti.

Il termine resilienza deriva dal latino resalīre, che significa rimbalzare. In fisica indica la proprietà che alcuni materiali hanno di conservare la propria struttura o di riacquistare la forma originaria dopo essere stati sottoposti ad un impatto, uno schiacciamento o una deformazione. Indica quindi elasticità, la caratteristica cioè di alcuni materiali di assorbire molta energia in caso di urto, in contrapposizione ai materiali rigidi che viceversa in caso di impatto assorbono poca energia: l’oro e l’acciaio sono due metalli estremamente resilienti, mentre il diamante è un materiale duro ma fragile agli urti. Questa immagine può essere utilizzata come analogia per descrivere la capacità di certi individui  di superare ostacoli e difficoltà assorbendo gli urti e le eventuali ferite psicologiche derivanti da tali esperienze. Platone la chiamava “tymoidés”, la forza d’animo che risiede nel cuore,che ci viene in aiuto in ogni momento di scelta, di difficoltà, di svolta.

Resilienza non è equivalente a resistenza: essere resistenti significa avere la capacità di mantenersi in forze durante uno sforzo, una fatica, mentre essere resilienti equivale ad un piegarsi senza spezzarsi, significa essere flessibili. Alla  resistenza passiva, la resilienza aggiunge una dimensione dinamica oltre che positiva: la capacità di fronteggiare e di ricostruire. Essere flessibili come una canna di bambù al vento, che si piega ma non si rompe. Diventare flessibili non significa  ritornare come si era prima, ma adattarsi mettendo in campo  le proprie risorse per gestire un cambiamento: come l’acqua, che vince su tutto perché si adatta a tutto, mentre è fragile soltanto colui che si irrigidisce.

Nel tentativo di tracciare le caratteristiche della persona resiliente, sono state compiute numerose ricerche (la prima delle quali è stata svolta dalla psicologa americana Emmy Werner negli anni ‘50) secondo cui tali individui sembrerebbero avere un quadro di personalità caratterizzato da livelli maggiori di perseveranza, umorismo, ottimismo, speranza, curiosità, creatività, umiltà, empatia, gratitudine e altruismo.

Considerare le caratteristiche di personalità che predispongono alla resilienza, però, è pericoloso perché induce a pensare che chi non possiede determinate caratteristiche, sia condannato a subire la vita, a rassegnarsi ad una continua lotta il cui esito è scontato: io perdo, non ce la faccio. Ma chi lavora nell’ambito della psicoterapia, sa che l’obiettivo è proprio quello di rendere resilienti i pazienti: il successo di una terapia consiste anche nello sviluppare resilienza lì dove si pensava non ci potesse essere. Dal punto di vista strategico la resilienza non viene definita come tratto di personalità né di temperamento né tantomeno un effetto dell’intelligenza della persona. Resilienti si diventa, non si nasce: sono le esperienze che ci forgiano. Per dirla con le parole Huxley “La realtà non è quello che ci accade, ma quello che facciamo con ciò che ci accade”. Possiamo pertanto imparare ad essere resilienti così come possiamo insegnarlo ai nostri pazienti.

Vorrei raccontarvi una storia.

Un giorno, apparve un piccolo bruco in un bozzolo; un uomo che passava lì per caso, si mise a guardare la farfalla che per varie ore si sforzava per uscire da quel piccolo buco. Dopo molto tempo, sembrava che  si fosse arresa ed il buco fosse sempre della stessa dimensione. Pareva che la farfalla, ormai, avesse fatto tutto quello che poteva, e che non avesse più la possibilità di fare niente altro. Allora l’uomo decise di aiutarla. Prese un temperino ed aprì il bozzolo. La farfalla uscì immediatamente. Il suo corpo, però, era piccolo e rattrappito e le sue ali erano poco sviluppate e si muovevano a stento. L’uomo continuò ad osservare perché sperava che, da un momento all’altro, le ali si aprissero e fossero capaci di sostenere il corpo, e che la farfalla cominciasse a volare. Non successe nulla di tutto ciò. La farfalla passò il resto della sua esistenza trascinandosi per terra con un corpo rattrappito e con le ali poco sviluppate. Non fu mai capace di volare.

Ciò che quell’uomo, con il suo gesto di gentilezza e con l’intenzione di aiutare non capiva, era che passare per lo stretto buco del bozzolo era il modo per far sì che  la farfalla avesse il tempo necessario per crescere, svilupparsi e diventare in grado di volare.

Molti genitori si rivolgono al terapeuta preoccupati per l’ansia e l’insicurezza crescente dei propri figli. Ad un’indagine più approfondita emerge come l’iperprotezione e il sostituirsi a loro, anche nello svolgimento delle faccende più banali, abbia reso i figli sempre più incapaci di affrontare anche le più piccole difficoltà della vita, rendendoli individui privi di resilienza. È uno di quei casi in cui con le migliori intenzioni si ottengono gli effetti peggiori.

Sapete, ogni qualvolta aiutiamo un figlio o, ancora peggio, quando facciamo le cose al posto suo, lanciamo contemporaneamente due messaggi: il primo, evidente e consapevole, è “ti aiuto perché ti voglio bene”; il secondo, più subdolo e nella gran parte dei casi inconsapevole, è “ti aiuto, perché da solo non sei in grado, sei incapace”. Questo secondo messaggio è quello che, a livello psicologico, si incista nella mente del bambino, creando un autoinganno disfunzionale e una percezione di sé come persona incapace. Pertanto, la cosa migliore per creare ed incrementare la resilienza dei propri figli è proprio quella di costruire per loro, ogni giorno, un ostacolo da superare. Solo così, affrontando piccole difficoltà e scoprendo di essere capaci di superarle, il bambino crescerà con la percezione di sé come di una persona che è in grado di farcela.

Ci sono 3 aspetti importanti, da tenere presente, quando si parla di resilienza da un punto di vista strategico.

  1. Il primo è MAI RIFIUTARE IL DOLORE. L’unico modo per superare un dolore, è passarci attraverso: ad esempio, nel disturbo post- traumatico da stress l’usuale tentata soluzione messa in atto dalla persona è cercare di archiviare il passato, negandolo o non pensandoci. Metaforicamente parlando, si cerca di tenersi a galla. Ma prima o poi si annaspa, infatti più si evita il dolore più si è incapaci di fronteggiarlo. La tecnica strategica d’elezione per questo tipo di disturbo, cioè il romanzo del trauma, prevede un percorso doloroso, ma necessario, che porta la persona ad attraversare il proprio dolore, a toccare il fondo, per permetterle di tornare a galla e superare l’evento traumatico, archiviandolo definitivamente.
  2. Il secondo aspetto importante da considerare quando si parla di resilienza, è pensare che PIU’ SONO RIGIDO PIU’ SONO FRAGILE. Bisogna assorbire ciò che ci colpisce duramente e trasformare i propri limiti in risorse. Se non ci miglioriamo continuamente, inevitabilmente peggioriamo.
  3. Il terzo aspetto è la CAPACITA’ DI RIPRENDERE DALLE NOSTRE ESPERIENZE LE COSE BELLE CHE ABBIAMO VISSUTO E IMPARATO. Della serie “Non rimpiango di averlo perso, ma sono contento di averlo avuto”. Poi, a volte, capita di ripensare ad un evento spiacevole accadutoci in passato e di accorgerci che in fondo, l’aver vissuto quella particolare situazione è il più gran colpo di fortuna che ci sia capitato.

Ad esempio, Thomas Edison, il più grande inventore della storia (vanta ben 1.093 brevetti a suo nome, record ancora oggi imbattuto), non riusciva a trovare un materiale con cui poter costruire il filamento interno della lampadina, senza che questo si bruciasse all’accensione. Dopo circa 2.500 tentativi con materiali diversi, un giornalista gli chiese se dopo così tanti fallimenti non fosse il caso di lasciar perdere, ma lui rispose: “Io non ho fallito. Ho solo scoperto 2.500 materiali che non funzionano”. Prima di trovare la soluzione, cioè il filamento in tungsteno, Edison testò circa 5.000 materiali diversi.

 

Per concludere, vorrei raccontarvi un’ultima storiella.

Un contadino aveva un vecchio asino, che un giorno cadde in un pozzo ormai secco. L’asino piangeva a dirotto mentre il contadino cercava di tirarlo fuori dal pozzo. Ma, il contadino, non riuscendoci, decise di abbreviare le sofferenze dell’asino coprendolo di terra. Chiese aiuto ad altri contadini e tutti insieme cominciarono a riempire il pozzo.

Il povero asino, vedendo piovere zolle di terra scoppiò in un pianto irrefrenabile.

Poi il pianto cessò e quando il contadino trovò il coraggio di guardare in fondo al pozzo, con grande sorpresa, vide che l’asino era ancora vivo e, scrollandosi di dosso ogni palata di terra, la pressava e la utilizzava come un gradino. A ogni zolla di terra, saliva e si avvicinava al bordo del pozzo, dal quale alla fine riuscì a uscire con un ultimo balzo.

I contadini, allibiti, restarono a guardarlo mentre riprendeva a trottare felice.

Come l’asino, quando la vita ci butta in pozzi neri sta a noi cercarne di uscirne fuori utilizzando le stesse disgrazie capitateci. Per dirla con le parole di Nietzsche, tutto ciò che non mi uccide, mi rende più forte.

 

©Dott.ssa Malvina Wenter

Psicoterapeuta ufficiale del Centro di Terapia Strategica, diretto dal Prof. Giorgio Nardone


Bibliografia:

“Che le lacrime diventino perleSviluppare la resilienza per trasformare le nostre ferite in opportunità”
Patrizia Meringolo – Moira Chiodini – Giorgio Nardone
Ed. Ponte alle Grazie

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